Elementi di Filosofia

Questa sezione intende offrire degli elementi di filosofia che introducono ad alcuni concetti chiave del pensiero di Scoto.

Il percorso si basa sulle lezioni tenute all'Università Antonianum dal 15 al 19 febbraio 2010 dal vescovo ausiliare di Graz-Seckau (Austria), il Prof. Franz Lackner ofm e rielaborate da Fr. Witold Salamon ofm.


1. Teoria della conoscenza



Avvalendoci di percorsi indiretti, dobbiamo fare una riflessione sul conoscere e chiederci quali siano le condizioni che rendono possibile la nostra conoscenza filosofica. In altre parole in filosofia c'è il principio fenomenologico da cui, quando voglio conoscere qualcosa nella sua realtà originale, devo mettermi nella situazione in cui essa si mostra nel suo essere.

Facciamo un esempio concreto: se voglio vedere il leone nella sua essenza, non posso andare allo zoo, perché questo non è il suo contesto naturale; devo andare in Africa e devo essere disposto anche a mettermi in situazione di pericolo; solo a queste condizioni posso vedere il leone nella sua vera essenza.

Scoto ha avuto già un'intuizione per l'ambito del conoscere, die Bedingung der Möglichkeit, per usare le parole di Kant, la condizione di possibilità del conoscere. Scoto tratta questo tema nell'ambito dell'elaborazione del primum obiectum potentiae cognitivae.

"Nostra cognitio a sensu incipit"

"La nostra conoscenza inizia dai sensi". Scoto discute di questa concezione quando tratta il tema del primum obiectum potentiae cognitivae, non contestando il fatto ma chiedendosi quale sia la potentia cognitiva.

Egli, in quanto maestro delle distinzioni, distingue tra pro statu istu e ex natura potentiae; pro statu istu corrisponde alla fattualità, mentre ex natura potentiae si riferisce alla potenzialità del conoscere e non si rifà unicamente al momento fattuale.

Scoto formula una definizione:


"Illud est primum obiectum potentiae cognitivae sub cuius ratione cognoscuntur omnia alia ab illo sicut patet de visu:"
(quello è il primo oggetto della nostra facoltà cognitiva, sotto la cui ragione tutto il resto viene compreso come appare nel vedere).

La luce è il primo oggetto della nostra facoltà cognitiva in quanto rende visibili le cose, rende possibile la visibilità del conoscere, ciò che Kant definisce die Bedingungen der Möglichkeit.

Il Dottor Sottile è il primo ad elaborare una critica della ragione, non Kant come comunemente si crede. Scoto distingue tra "primum obiectum in ordine temporis sive originis" (primo nell'ordine temporale oppure dell'origine).

La seconda distinzione è "primum obiectum in ordine adaequationis"
(primo nell´ordine della adeguatezza alla mente umana, l´ordine della conformità, Angemessenheit) e la terza distinzione "primum obiectum in ordine perfectionis" (primo in ordine del perfetto).

Per illustrare il primum obiectum in ordine temporis possiamo citare una scoperta interessante fatta da Lorenz, un austriaco che ha compiuto varie ricerche in questo campo. Egli osservò che le oche erano condizionate dalle cose che vedevano nel momento in cui uscivano dall'uovo; normalmente ciò che vedono per prima è la madre oca; Lorenz fece l'esperimento in modo che fosse lui stesso il primo oggetto visibile dalle oche alla nascita; accadde allora che le piccole oche corsero dietro a lui e non alla loro madre anche in situazioni di pericolo.

Il primo conosciuto è pertanto il primo condizionamento in base a cui tutto il resto viene preso in considerazione. Le esperienze negative per esempio condizionano tutto il nostro processo cognitivo. L'oggetto proprio dell'intelletto umano prende il nome di quidditas rei materialis. Come afferma San Tommaso c'è sempre una proporzione fra la potenza e l'oggetto che le è proprio.

Primum obiectum in ordine adequationis è l'ens in quantum ens, l'ente in quanto ente; ci soffermeremo più avanti su questo tema.

Primum obiectum in ordine perfectionis: in questo ordine si guarda all'oggetto della conoscenza. C'è una gerarchia del conoscere che presuppone qualcosa che si colloca in una posizione più elevata e qualcosa che si colloca in una posizione più bassa. Dio è l'oggetto più nobile del nostro processo cognitivo.

San Tommaso, che non elabora questa distinzione, afferma che il primo oggetto della nostra conoscenza è quidditas rei materialis. Scoto non dissente da questa posizione, precisando che primum obiectum è la quidditas rei materialis, solo in ordine temporale.

Enrico di Gand, sulla scia della teoria dell'illuminazione, sostiene che Dio dà la luce, grazie a cui conosciamo le cose; Dio ha illuminato pertanto la nostra conoscenza. Scoto asserisce che è vera l'affermazione che conosciamo grazie a Dio, ma va inserita nell'ambito dell'ordine perfectionis, non dell' ordine di temporis.

Per Scoto quindi c'è verità sia in Tommaso che in Enrico di Gand ma non per quanto concerne la conoscenza ex natura potentiae totale. Egli osserva che il primum obiectum in ordine adaequationis è l'ens in quantum ens; il nostro intelletto è, per sua natura, costituzionalmente ordinato a conoscere l'essere nella sua totalità e completezza.


A. Conoscenza e analisi


Divide et impera sono parole di Cesare per affermare che per imperare e governare bisogna innanzitutto dividere. Per guidare bisogna delegare, condividere il potere, principio che sta alla base dell'economia e della politica. In filosofia prende il nome di analizzare, scomporre un tutto nelle sue componenti per esaminarle una per una. Nel pensiero filosofico medioevale questi concetti vengono espressi nella distinzione, nel distinguere; la quaestio viene suddivisa in distinzioni.

Scoto è il maestro delle distinzioni. Talvolta si ha l'impressione che quando Scoto si trova di fronte ad un problema indissolubile, introduca una nuova distinzione; questo analizzare, in latino resolutio, è solamente la prima parte del comprendere; segue una seconda parte, quella sintetica. Per Scoto l'intelletto si esplica nelle due attività: intellectus componens e intellectus dividens.
Spiegherò adesso alcune distinzioni basilari per la lettura del pensiero di Scoto.

Scoto fa tre distinzioni fondamentali:

Distinctio realis: "Distinctio realis in sensu proprio contingit inter rem et rem, id est inter omnia haec, quae non solum metaphysice distingui, sed etiam physice separari possunt." (La distinzione reale concerne la differenziazione tra due cose che non sono solo metafisicamente ma anche fisicamente diverse).

Distinctio mentalis: "Distinctio pure mentalis occurrit e.c. inter definitionem et definitum, velut inter homo et animal rationale" (La distinzione riguarda la cosa reale e il concetto mentale di questa cosa, ciò che definisce e ciò che è stato definito – per esempio l'uomo come cosa [ens reale] e l'uomo come concetto [ens secundum quid]).

Distinctio formalis: "Haec distinctio sita est in medio inter distinctionem pure mentalem seu distinctionem rationis ratiocinantis et distinctionem realem proprie sumptam." (questa distinzione si colloca tra la distinzione reale e quella mentale, non res sed rei, non è una cosa ma della cosa).

Due cose sono tra loro formalmente distinte quando sono elementi costitutivi di un'unica e medesima realtà, ma nessuna delle due è anche elemento costitutivo dell'altra, cioè rientra nella sua descrizione essenziale.

Il concetto intorno a cui ruota il pensiero di Scoto è sempre l'ens, concetto di cui parleremo più avanti.
Nel processo cognitivo si parte dall'ens reale (albero concreto) per arrivare all'ens secundum quid, che è il concetto dell'albero. Il compito dell'intelletto componens et dividens consiste proprio in questo.

"Intellectus agens ponitur, ut per ipsum transferatur obiectum de ordine in ordinem. Quod sic intelligi potest de ordine sensibilium ad ordinem intelligibilum" (l'intelletto agente converte l'oggetto percepito attraverso i sensi in oggetto intelligibile).

In altre parole l'intelletto trasforma il singolare e il particolare, in universale e generale; il concreto viene cioè astratto, universalizzato. L'albero viene percepito con un contatto diretto nella sua esistenza; Scoto definisce questo modo di conoscere conoscenza intuitiva, che è sempre concreta e singolare, esiste solamente fino a che l'oggetto della conoscenza tocca i miei sensi. Ciò vale non solamente nel campo dei sensi. C' è chiaramente anche un'intuizione intellettiva quando io sono toccato da un'idea o da una realtà spirituale. La conoscenza intuitiva è la conoscenza della cosa attualmente esistente:

"Cognitio (intuitiva) est per se existentis, sicut quae attingit obiectum in sua propria existentia actuali" .

Nel primo contatto della potenza conoscitiva con la cosa (intentio prima) comprendiamo, secondo il Dottore Sottile, in modo indistinto la quiddità della cosa in due modi:

1) come esistente (in conoscenza intuitiva) oppure

2) indipendente dalla esistenza attuale della cosa (in conoscenza astrattiva).

La quiddità (quidditas) è la natura dell'individuo che può essere compresa dal nostro intelletto. Con altre parole la quiddità è un composito dell'ecceità e della natura comune che può essere predicato della sostanza individuale. In questo senso è possibile la conoscenza dell'individuo come una comprensione di natura comune contratta in sostanza individuale attraverso il principio di individuazione .

La conoscenza astratta invece è mediata, cioè l'oggetto viene rappresentato attraverso una specie (species intelligibilis). L'intelletto trasforma la species sensibilis in species intelligibilis: sentimus singolare, intelligimus universale.
Quando l'intelletto agente trasforma il concreto, il singolare in generale, l'universale non modifica la species sensibilis, ma ne coglie la ratio indifferente. Per Scoto la conoscenza astratta non si sviluppa nello schema della forma e materia, quando cioè la materia è pura passività e determinabilità e la forma determina la materia; materia e forma sono due cause autonome ma parziali e una non può fare niente senza l'altra; solamente insieme danno vita alla conoscenza.

Per esempio la creta è la materia passiva e il vasaio è l'agente che produce un vaso o un contenitore conferendo forma alla materia. Anche la creta esercita una certa causalità, non è pura passività perché possiede una certa inclinazione verso certe cose (con la creta posso fare determinate cose, non tutto).

Va aggiunto che i due modi del conoscere sono complementari; non è possibile conoscere solo nel modo intuitivo o solo nel modo astratto. Entrambi i modi si completano a vicenda. La conoscenza intuitiva risulta più perfetta, ma la conoscenza astratta è più sicura perché è necessaria, universale e si può insegnare; la conoscenza intuitiva si può soltanto testimoniare.

La conoscenza astrattiva, avvalendoci delle parole di Scoto, termina nell'essere comune come ens univoco, essenza, categorie, concetti trascendentali... Duns Scoto distingue diversi gradi dell'unità nell'ambito dei concetti.


B. La distinzione dei concetti



Conceptus compositus: concetto composito. Questo tipo di concetto corrisponde ad un ens compositum. Nel caso classico la composizione del concetto consiste in un concetto parziale corrispondente alla potenzialità, alla determinabilità e un concetto parziale corrispondente all'attualità, il determinante. Questi due concetti parziali costituiscono insieme il conceptus compositus. Il concetto più nobile, il più alto è ens infinitum. Ens in questo caso equivale alla potenzialità, che si lascia determinare; infinitum invece corrisponde all'attualità, cioè determina l'ens. L'ens infinitum è il concetto in base a cui l'uomo può cogliere Dio attraverso i mezzi naturali.

Conceptus simplex: Concetto semplice. Per esempio, l'uomo è un concetto semplice perché si lascia suddividere, scomporre in altri concetti parziali, quali genere e differenza specifica.

Conceptus simpliciter simplex: concetto semplicemente semplice. Questo concetto non si lascia invece scomporre in altri concetti. Ha un contenuto totalmente semplice. Un esempio di concetto semplicemente semplice è l'ens. L'ens è il primo e il più conosciuto e non rimanda a niente; è un concetto trans-categoriale, trascende le categorie, è un concetto quindi trascendentale.

"Ens (...) est transcendens et est extra omne genus (...) transcendens quodcumque nullum habet genus sub quo contineatur". (Ens è trascendente e al di là di ogni genere).

Per spiegare il concetto semplicemente semplice di ens Scoto si rifà ad Avicenna:

"ens et res imprimuntur in anima prima impressione, quae non acquiritur ex aliis notionibus se" (L'ens è entità che viene impressa nell'anima con una prima impressione, cosicché non si può acquisire qualcos' altro di più noto).

Conceptus simplex e conceptus simpliciter simplex vengono compresi attraverso un semplice e immediato atto dell'intelletto (uno actu intelligendi), mentre il concetto composto richiede diversi atti conoscitivi. Per Scoto l'intelletto non è tanto la facoltà raziocinante quanto la facoltà del comprendere, dell'afferrare semplicemente.

Walter Hoeres ha parlato in riferimento a questa facoltà del comprendere semplicemente del parallelismo noetico-noematico, che non è una scoperta di Husserl, ma si trova già in Scoto. In base a questo parallelismo solo nell'ambito dei concetti semplicemente semplici c'è uno stretto legame tra l'atto della conoscenza e il contenuto della conoscenza.

Anche qui Scoto analizza i diversi modi delle differenze; nell'ambito della fisica per esempio le categorie, nell'ambito trascendentale le determinazioni trascendentali. Scoto tuttavia parla anche delle ultime differenze quali l'individualità (haecceitas), la personalità, la singolarità, a cui si rifà la conoscenza intuitiva.

Nella predicazione la conoscenza astratta si esprime in quid (l'espressione oggettiva definibile, chi è l'uomo: si può rispondere con la definizione di anima razionale) mentre la conoscenza intuitiva si esplica in quale (l'espressione non si lascia definire in quanto si tratta dell'ultima alterità, dell'ultima diversità. Chi è l'uomo? A questa domanda non è possibile rispondere attraverso una definizione ma si può rispondere solamente con il nome).


C. La sintesi filosofica


I più grandi filosofi sono i bambini perché domandano, si stupiscono si meravigliano facilmente anche delle piccole cose e hanno la tendenza a scomporre, a dividere, smembrare, ad analizzare per poi rimettere tutto insieme, ricomporre, sintetizzare. La filosofia muove dallo stupore per esplicarsi nell'analisi e poi nella sintesi.

Dopo aver affrontato la parte riguardante l'analisi, vediamo ora cosa si intende per sintesi, attività indispensabile nel processo della conoscenza. Analisi e sintesi sono entrambe necessarie nel conoscere.

Ci sono diversi modi, diverse possibilità di sintesi: la musica per esempio è una sintesi; la parte analitica nella musica riguarda le aspettative dell'ascoltatore che vanno soddisfatte, altrimenti l'ascoltatore rimane inappagato. La musica esercita un influsso, implica delle aspettative da parte dell'ascoltatore che devono trovare un riscontro. La nostra natura ci porta ad avere delle aspettative. La musica a 12 toni per esempio non risponde a ciò che siamo abituati ad ascoltare basandosi su un principio naturale. Si può suonare un tono solamente dopo che gli altri undici sono suonati. Questo principio invece non ha un fondamento nella natura dell'uomo.
Nella musica la disarmonia, che rappresenta la parte analitica, deve tradursi in armonia, parte sintetica.

Nella filosofia stessa sussistono diversi modi di sintesi. In ambito universitario ci si occupa maggiormente della sintesi scientifica. Vorrei fare una breve introduzione all'epistemologia.

La struttura di una scienza si può suddividere tra obiectum materialis e obiectum formalis. Obiectum materialis è l'oggetto, l'ambiente, la realtà che ha bisogno di una prospettiva. La medicina, per esempio, si occupa dell'uomo (cioè l'obiectum materialis) ma dalla prospettiva della malattia (cioè l'obiectum formalis). Tutte le scienze naturali in filosofia vengono definite scienze particolari perché si occupano di una parte della realtà e prendono in considerazione questo oggetto naturale da una prospettiva particolare (la malattia, per esempio).

La filosofia invece come la teologia è una scienza universale essendo il suo oggetto materiale tutta la realtà. La filosofia non si concentra soltanto su una parte, ma esamina la realtà nella sua totalità. Ogni scienza è determinata da un oggetto formale, prospettiva da cui si considera l'oggetto materiale. Per esempio nel caso della medicina, come già accennato, è la malattia.

Nelle scienze particolari si considera solo una parte della realtà e questa parte viene esaminata soltanto da una prospettiva particolare. La filosofia invece, e anche la teologia, sono scienze universali per cui l'oggetto materiale è tutta la realtà. Questa totalità viene presa in considerazione da una prospettiva universale, totale. Questo si esprime nella famosa formula ens in quantum ens, concetto che ha già permeato la filosofia aristotelica.

Scoto segue la scia di Aristotele definendo l'oggetto-soggetto della filosofia quale ens in quantum ens. Da questa visione risulta che il modo di procedere della filosofia è sempre indiretto, poiché, per esempio, un filosofo considera filosoficamente l'albero come albero. Come guarda un falegname l'albero? Un falegname guarda l'albero in base alle sue esigenze, al suo uso. Come guarda un membro del partito dei verdi all'albero? L'albero diventa un soggetto politico da proteggere. Come guarda un teologo o credente ad un albero? L'albero è visto come il prodotto del creatore. Queste sono tutte diverse prospettive da cui si osserva. Come guarda il filosofo all'albero? - Ci si chiede a questo punto. Il filosofo considera l'albero in quanto albero, il filosofo non vuole sfruttare ma neppure imporre qualcosa, per esempio formulare una ideologia. Emerge che ciò non è possibile essendo io osservatore al di fuori della realtà albero.

La filosofia dunque, secondo Scoto, è una scienza indiretta in ultima analisi. Con i termini della filosofia moderna si potrebbe dire che la filosofia è fenomenologia, insegnandoci che le cose parlano la loro propria lingua e dobbiamo sempre compiere un passo indietro (legein ta phainomena; epoche).


D. Definizione di scienza


La scienza è il modo soggettivo del sapere di una realtà oggettiva.
Scoto utilizza in tal senso il concetto "habitus". L'oggetto (obiectum) che si va a conoscere si trasforma nel soggetto (subiectum) del sapere. L'oggetto conoscibile diventa soggetto conosciuto quando l'intelletto acquisisce la conoscibilità del soggetto (habitus).

Nell'oggetto-soggetto c'è una ratio, una ragione comune, aperta all'ens reale, all'oggetto stesso e dall'altro lato aperta al soggetto del sapere. A questo punto Scoto parla di due modi di scienza, scientia in se e scientia pro nobis. La scientia in se è il soggetto-oggetto del sapere totale di questa scienza.

La matematica per esempio è una scienza in sé, cioè, in sé conoscibile a prescindere dal fatto che probabilmente tutta la scienza matematica sarà conosciuta da noi. La matematica per noi è sempre una scienza per noi, non arriveremo mai al sapere totale della scienza in sé.

Lo stesso vale per la teologia. La teologia in sé esiste solamente in Dio. Non arriveremo mai a questo sapere totale di Dio neppure nella visio beatifica. Il nostro sapere di Dio è sempre nell'ambito della teologia pro nobis, nel modo in cui Dio ci ha rivelato. E' importante capire quando Scoto parla del soggetto-oggetto della scienza.

L'espressione habitus significa in Scoto un sapere acquisito. L'habitus scientifico è un possesso intellettuale che ha come contenuto una realtà nel modo del sapere. L'habitus si esprime nella dimensione antropologica della scienza. Scoto preferisce pertanto parlare del soggetto anziché dell'oggetto precisando che non è l'uomo a possedere questa scienza. La scienza ha una realtà fuori della realtà umana.

Proprio per il carattere di oggettività che contraddistingue la scienza, si deve parlare di soggetto della scienza. Scoto considera, quindi, la scienza come logica della proposizione in cui il soggetto è il portatore del predicato, il soggetto viene determinato dal predicato (la casa è rossa; il rosso determina la casa, per esempio). L'essenza del primo soggetto della scienza consiste nel portatore, nel contenitore di tutte le verità.

Le verità sono contenute in due modi: formalmente e virtualmente. L'habitus scientifico si delinea nel significato e unità ordinato ad un contenuto. Come esempio prendiamo la teologia. Questa scienza è formalmente ordinata a Dio. Dio è sia soggetto che oggetto della scienza teologica.


Cosa si intende per formaliter e virtualiter?

Per spiegare la differenza possiamo avvalerci di una distinzione fornita da Kant. Egli distingue tra proposizioni analitiche e proposizioni sintetiche. Le proposizioni analitiche sono proposizioni che spiegano, per esempio, il cerchio è rotondo; il rotondo è già presente nel soggetto cerchio; queste proposizioni non portano un nuovo sapere; implicitamente il sapere è nel soggetto stesso.
Le proposizioni sintetiche ampliano la nostra conoscenza; per esempio la casa è rossa. Il rosso non è necessariamente contenuto nel soggetto casa. La conoscenza aumenta.

Formaliter si riferisce a ogni affermazione che si lascia dedurre direttamente dal soggetto. Virtualiter indica le proposizioni che non si lasciano direttamente dedurre dal soggetto ma non si trovano in contraddizione con lo stesso soggetto. Il rosso non è direttamente contenuto nel soggetto casa ma rappresenta una possibilità del soggetto; sono indirettamente ordinate.

Si potrebbe dire così: formaliter afferma la proposizione attuale del soggetto, virtualiter indica la proposizione possibile e si esprime bene nel concetto di Dio.

Secondo Scoto il filosofo è in grado coi mezzi naturali di creare un concetto di Dio, cioè l'ens infinitum. Che Dio sia, questo secondo Scoto, si lascia dimostrare formalmente dal concetto di ens.

Pongo un argomento della storia della religione: in tutti i tempi si accetta la convinzione che Dio è, ma non è chiaro chi sia Dio. Dio è sempre ovvio, per cui si accettava solo il fatto che c'era qualcosa che era Dio: si accettava l'esistenza di qualcosa di divino.


2. Il concetto di ens


L'ens rappresenta questa totalità. Scoto attribuisce all'ens un significato vastissimo: niente è escluso, tutto è incluso. Scoto dice nihil excluditur. Si riscontra in Scoto già una differenziazione del nihil. egli distingue tra il nihil relativum e il nihil absolutum.

Quando si parla del nihil relativum, del nulla relativo, ci riferiamo sempre ad una mancanza, cioè c'è qualcosa che esiste ma non è presente; per esempio, non ci sono soldi. In realtà ci sono ma non nella mia tasca.

Il nihil absolutum invece è al di là del nostro pensabile, un fantasma metafisico; il nostro pensare non è in grado di pensare il nihil absolutum. Si potrebbe obbiettare dicendo che per esempio si può pensare al cerchio quadrato o a Dio che crea una pietra così pesante da non poterla sollevare. Rispondo che non va dimenticato che ci stiamo muovendo in campo metafisico, cioè dei concetti semplicemente semplici, non concetti composti.

Questi due esempi si riferiscono a realtà composte; si abbinano due cose che non vanno insieme. In campo metafisico il nihil absolutum è una contraddizione in sé. In filosofia ci muoviamo sempre sul livello del nihil relativum, si tratta quindi sempre di una negazione, qualcosa che è, viene negato.

Scoto dice: "negationes etiam non summe amamus" (Non amiamo le negazioni). Le negazioni non hanno un'originalità autentica.
Poi aggiunge: "affirmatio prior negatione" (ogni negazione si basa su una precedente affermazione).
"Id cui non repugnat esse"

L'ens contempla indirettamente anche le negazioni ma non le contraddizioni. Scoto afferma l'ens est: "id cui non repugnat esse", l'ens è ciò che non potrà essere a priori suscettibile di contraddizione.

L'ens ha una duplice funzione: da una parte è denominatore comune, rappresenta tutto ciò che è nella totalità, tutto ciò che non potrà essere a priori suscettibile di contraddizione; dall'altra parte l'ens rappresenta anche il singolare, per esempio considera un albero come albero, sta per ogni altro ente.

Questo concetto metafisico dell'ens è fondamentale per il dialogo con la scienza naturale e i sostenitori del nuovo ateismo. Questi ultimi sostengono che noi avremmo il dovere della dimostrazione di Dio negando una causa prima che si chiama Dio. Quando partiamo da un concetto dell'ens che esprime realtà, in effetti non possiamo negare che hanno ragione; dobbiamo mostrare che questo mondo contingente è l'effetto di una causa che si definisce Dio.

Con la concezione di ens di Scoto il dovere della dimostrazione ricade sugli stessi fautori del nuovo ateismo. Perché? Per Scoto l'ens equivale a possibilità "id cui non repugnat esse". Se noi applichiamo questo a Dio, Dio è "id cui non repugnat esse", sono i sostenitori del nuovo ateismo tenuti a spiegare perché escludono la possibilità del Dio creatore.

Noi non affermiamo la realtà scientifica della creazione perché in tal caso Dio avrebbe dovuto creare il mondo necessariamente ma la nostra fede, la Chiesa, ci suggerisce che Dio ha creato il mondo liberamente. Dio non sottosta al principium plenitudinis, cioè il principio della pienezza degli antichi greci che insegna che ogni possibilità deve realizzarsi. Dio è amore e il non creare il mondo è stata una possibilità reale; nessuno poteva costringere Dio all'atto della creazione. A causa di questo atto creativo libero dettato dall'amore di Dio non c'è una via necessaria dall'effetto alla causa.

La determinazione "infinitum" non è implicita nel concetto di ens ma non è neppure una contraddizione a priori del fatto che virtualmente è contenuto dell'ens. In riferimento a ciò Scoto porta un esempio fenomenologico interessante; il concetto di Dio, ens infinitum, si deve dimostrare. Percorrendo questa lunga via indiretta, mai diretta, si arriva virtualmente al concetto di ens infinitum e non si avverte alcuna contraddizione; l'intelletto allora quiescit, si placa.


3. Rapporto tra filosofia e teologia



Ci sono infatti diverse modalità di sapere. Normalmente si tende a porre in contrasto tra loro il credere e il sapere.
Secondo Scoto invece anche il credente sa. Non si può negare al credente il sapere. Il credente riceve la certezza del suo sapere attraverso l'attendibilità del testimone.
Sulla scia di Sant´Agostino, Scoto attribuisce alla "scienza" un valore più ampio, un significato di notitia cum adhaesione firma, cioè una conoscenza che si fonda su un consenso certo, attendibile.

Come si raggiunge una notitia cum adhaesione firma?

In due modi: primo, attraverso delle prove logiche; secondo, attraverso un mediatore.

Le prove logiche fanno leva sull'attività razionale e implica tutti gli strumenti concettuali disponibili in campo filosofico. Da questo punto di vista si accetta il metodo di indagine speculativo di Scoto, se si prescinde dai contenuti e dalla metodologia seguita, particolarmente originali, non esclude nessuna delle piste già note alla tradizione di indagine filosofiche.Particolarmente originale è invece l'uso che Scoto fa della mediazione della Rivelazione, soprattutto nel singolare rapporto della medesima con l'atività più prettamente speculativo-razionale.

Alla certezza si arriva mediante qualcuno che è credibile. Si sa perché si crede. In questo senso il contenuto del credere va considerato un sapere. La differenza consiste essenzialmente non nel sapere ma nell'origine di questo sapere cioè nel mediatore.

A questo punto ci si chiede perché ci sia bisogno di un mediatore. Perché Dio non può accedere al nostro modo di conoscere naturale dal momento che la nostra conoscenza si realizza sempre attraverso i sensi. Non possiamo avere una conoscenza diretta di Dio, nel senso pieno di Dio, com' è in se stesso. Il credente attinge il suo sapere alla testimonianza di Dio che si mostra attraverso la rivelazione e la dottrina della Chiesa. In altre parole, la rivelazione come si è palesata nella Sacra Scrittura e la dottrina della Chiesa figurano come mediatrici.

Subentra quindi la particolarità del conoscere soprannaturale. Nella rivelazione il conoscere soprannaturale consente di arrivare a Dio nella sua essenza propria e particolare. Dio è uno in tre persone. Neanche i più sottili pensatori sono riusciti a cogliere questa verità fondamentale del nostro credo attraverso i mezzi della conoscenza naturale. Questa verità poteva manifestarsi solo attraverso la Rivelazione e costituisce la base della nostra fede.

Per quanto concerne l'origine dell´atto personale del credere non c'è bisogno di nessuna mediazione. Scoto intende sottolineare che la fede non é una virtù speculativa (habitus) e neppure il credere un atto speculativo, bensì un atto pratico. Il concetto di pratico ci può confondere: per gli Antichi e per Scoto un atto pratico non scaturisce dalla ragione ma dalla volontà.

Qual è la differenza tra un atto speculativo e un atto pratico?

L'atto speculativo è unilaterale, cioè non conosce libertà perché si basa sulla stretta corrispondenza tra soggetto e oggetto (per esempio: nel campo dei sensi risulta chiaro: tra l'occhio e l'oggetto dell'occhio, cioè il visibile, c'è una connessione necessaria; l'occhio non contempla la possibilità del non vedere a meno che non si ponga un ostacolo tra l'occhio e il visibile).

L'atto pratico invece presuppone il principio della libertà in quanto deriva dalla volontà (per esempio, l'individuo rimane libero e autonomo davanti alle scelte, mostrando un'inclinazione a negare ciò che è difficoltoso e affermare invece ciò che è facile).

A proposito del rapporto tra atto speculativo e atto pratico Scoto si esprime in questi termini: "l'atto pratico è più nobile, l'atto speculativo è più certo". L'atto pratico viene chiamato soprannaturale, per cui anche all'uomo è concesso agire in modo soprannaturale quando non reagisce soltanto a qualcosa ma agisce liberamente ai fini del bene per il bene.
C'è bisogno della mediazione quando si deve tradurre l'atto libero della fede in un atto del sapere.

Siamo giunti così al punto cruciale dove si incontrano la conoscenza soprannaturale e la conoscenza naturale.