CONVEGNO INTERNAZIONALE SCOTIANO
ROMA, 7-8 NOVEMBRE 2016
PONTIFICIA UNIVERSITÀ ANTONIANUM

 

In occasione del 750° anniversario della nascita di Giovanni Duns Scoto, la Pontificia Università Antonianum ha organizzato – in collaborazione con il Centre Pierre Abélard (Université Paris-Sorbonne) – un importante convegno il cui obiettivo principale è stato di ripensare alcuni snodi essenziali del pensiero metafisico, etico e teologico del Dottor Sottile. Articolato in quattro sessioni distribuite in due giorni (7/8 Novembre), il Convegno ha visto la partecipazione di importanti studiosi del pensiero scotiano, che operano non soltanto nelle Istituzioni Accademiche del territorio nazionale o europeo ma anche d’oltreoceano.   

In attesa della pubblicazione degli Atti offriamo una rapida sintesi delle 10 Relazioni presentate.

 

 


 

Nel suo contributo, Pasquale PORRO (Université Paris-Sorbonne / Bari-Aldo Moro) ha analizzato l’argomento scotiano De dubio et certo, riferendosi alla trattazione – da parte del Dottor Sottile – rinvenibile sia nelle Quaestiones super libros Metaphysicorum Aristotelis che nell’Ordinatio. Nello specifico, la domanda di fondo che ha animato lo sviluppo dell’intervento aveva come fine di mostrare se l’argomentazione in questione – sviluppata in contesti letterari completamente diversi – sia da ritenersi un argomento a favore dell’analogia dell’ente oppure dell’univocità.

 


Prof. Pasquale Porro

 

Tema: De dubio et certo: un argomento in favore dell’analogia o dell’univocità?

  1. Un retroterra avicenniano?
  2. L'argomento de dubio et certo nelle Quaestiones super libros Metaphysicorum Aristotelis di Scoto
  3. Due tentativi di soluzione di Scoto nelle sue Quaestiones super libros Metaphysicorum
  4. L'argomento de dubio et certo nell'Ordinatio di Scoto
  5. I due argomenti si riferiscono allo stesso problema? E si riferiscono allo stesso concetto di essere?
  6. Due esempi contrari: l'omonimia 'categoriale'/'orizzontale' opposto a 'teologico'/'verticale' in Tommaso d'Aquino ed Enrico di Gand
  7. Una domanda finale: quanti diversi concetti di essere?

 

 


 

Nel suo intervento Richard CROSS (University of Notre Dame) ha proposto un’analisi dettagliata di temi relativi all’identità (identity) ed alla identicità (sameness) in riferimento alle questioni trinitarie sollevate dal Dottor Sottile, mostrando come Scoto distingua almeno tre diversi tipi di relazione identiche e offra una tassonomia del possibile in rapporto a ciascuno di questi tipi di identicità. Dopo aver mostrato come il Dottor Sottile applichi queste distinzioni al caso della Trinità, Cross ha esaminato i principi di numerazione secondo i diversi tipi di sostantivo, mostrando come tali principi aprano alla verità su 'tre persone, un solo Dio'.

 


Prof. Richard Cross

 

Tema: Duns Scoto, la Trinità e l’identicità con e senza identità

  1. Tipi di identicità e distinzione
    1. Identicità reale e distinzione
    2. Identicità adeguata e non adeguata
    3. Identicità formale e distinzione
  2. Numerazione trinitaria

 


 

In merito alla conoscenza certa nell’ambito della noetica scotiana, Giorgio PINI (Fordham University) ha presentato le divergenze tra il pensiero del Dottor Sottile e quello del suo interlocutore per eccellenza, Enrico di Gand. 

 


Prof. Giorgio Pini

 

Tema: Duns Scoto sulla conoscenza certa

Sono note le differenti posizioni sostenute da Enrico di Gand e da Scoto sull’illuminazione divina. Nei primi articoli della sua Summa quaestionum ordinariarum, Enrico di Gand sostiene che una speciale illuminazione da parte di Dio è necessaria per giungere alla conoscenza della “verità sincera” sulle realtà extramentali. Per contro, Scoto, in Ord. e Lect. I, dist. 3, pars 1, q. 4, rifiuta la positione di Enrico e sostiene che non c’è alcun bisogno di tale illuminazione. Tuttavia, alcuni studiosi hanno notato che c’è qualche difficoltà ad identificare precisamente la natura del loro disaccordo. In effetti, c’è il sospetto che le differenti positioni sostenute da questi due pensatori siano piuttosto superficiali e riguardino un aspetto marginale delle loro rispettive teoria della conoscenza. La tesi di questa relazione è che il disaccordo tra Enrico e Scoto è reale e riguarda un punto centrale delle loro teoria, ossia quanto il modo di operare dell’intelletto sia dipendente dai sensi.

 


 

In merito alla questione di Dio come primum cognitum dell’intelletto umano, Timothy B. NOONE (The Catholic University of America) ha ricostruito non soltanto il retroscena più lontano – partendo da Gilberto di Tournai – ma si è soprattutto soffermato, nello specifico, sulle posizioni di Enrico di Gand e del Dottor Sottile; in merito a quest’ultima, l’Autore ha ripresentato la distinzione tra primum in senso temporale oltre che relativamente all’adeguazione formale da parte dell’intelletto, soffermandosi particolarmente sul ruolo dell’oggetto nella conoscenza abituale.

 


Prof. Tim Noone

 

Tema: Dio come primum cognitum nel pensiero di Scoto

I filosofi e i teologi del Medio Evo discussero a lungo sul problema del primo oggetto conosciuto dalla mente umana. San Tommaso, ad esempio, espone la teoria su Dio come primum cognitum in diverse opere, soprattutto nel suo Super Boetii librum De Trinitate. Partendo dal modo con cui san Tommaso discute la tesi che Dio sia primum cognitum, proponiamo la sua stessa teoria rielaborata prima da Guibert de Tournai e poi da Enrico di Gand. E’ importante notare che Enrico, la cui teoria di Dio come primum cognitum è notevolmente elaborata, abbia posto un unico concetto, che apparentemente è comune a Dio e alla creatura, mentre in realtà contiene due concetti: uno indeterminato negativamente e che perciò, di fatto, punta a Dio, l’altro indeterminato privativamente e che, di fatto, punta alle creature. L’insegnamento di Enrico comunque è che, in realtà, sono pochi coloro che riconoscono i due concetti sotto l’apparenza di un singolo concetto amorfo, davvero pochi possono farlo. Dal canto suo il beato Giovanni Duns Scoto critica questa teoria e ne propone una sua, in cui distingue tre significati diversi secondo cui qualcosa può essere primum cognitum. Nel suo insegnamento su ciò che è primo nell’ordine della generazione o del tempo, Scoto distingue tra ciò che è primo conosciuto attualmente e potenzialmente, tra conoscenza confusa e di ciò che è confuso, tra conoscenza distinta e di ciò che è distinto e, da ultimo, tra conoscenza attuale e abituale. Ciò che se ne conclude è che l’insegnamento di Scoto ha tratti sorprendentemente simili a quello di Enrico: anche per Scoto, nonostante il fatto che l’ente sia univoco, il concetto è presente al nostro intelletto, benché inizialmente non di fatto conosciuto e, anche quando esso è conosciuto, solo poche persone lo conoscono o possono conoscerlo.

 


 

Jean-Luc SOLÈRE (Boston College) ha ripreso un tema spesso trascurato, ma fondamentale, nel confronto a distanza tra Duns Scoto e Tommaso d’Aquino in merito al problema della creazione, che vede da una parte il modello tommasiano, secondo cui l’Essere perfetto e ulteriormente universale non può che dipendere da una causa ulteriormente universale, dall’altra, l’analisi tracciata dal Dottor Sottile su quelle che sono le condizioni reali della cause strumentali e del loro agire in quanto tali.

 


Prof. Jean-Luc Solère

 

Tema: Scoto contro Tommaso a proposito della creazione, della conservazione e delle cause strumentali

In Ordinatio I. IV, d. 1 q. 1 Scoto critica l’argomentazione di Tommaso d’Aquino nella Summa theologiae I, q. 45, a. 5, che intende dimostrare che solo Dio può creare ex nihilo e che le creature non possono partecipare di questa azione, se non come semplici cause strumentali. Scoto solleva varie obiezioni contro questa argomentazione. Mi concentrerò su quelle che toccano la questione sulle creature. Il fulcro della dimostrazione di Tommaso è che tutte le cause strumentali agiscono su di un substrato preesistente per prepararlo all’azione dell’agente principale (questo è il motivo per cui non possono essere usate per creare, dal momento che non avrebbero nulla su cui agire). Scoto contesta questa affermazione e mostra che, per lo stesso Tommaso, l’azione di alcune cause strumentali si estende fino all’effetto finale dell’agente principale con cui esse co-agiscono. Tuttavia, dal punto di vista di Tommaso, ciò non prova che queste cause strumentali non abbiano anche una funzione preparatoria. In effetti Scoto deve mostrare che alcune cause strumentali non sono “dispositive” – cosa che fa analizzando a fondo i differenti tipi di cause strumentali.

 


 

Olivier BOULNOIS (EPHE Paris) ha proposto il tema dell’indeterminazione della volontà, mostrando come Duns Scoto sia probabilmente all’origine di una concezione della libertà del volere, che si inserisce nel solco di una tradizione radicata in Enrico di Gand (ma non solo) ed arriva fino ai nostri giorni.  

 


Prof. Olivier Boulnois

 

Tema: La volontà secondo Duns Scoto: indeterminazione, illimitatezza e infinità

Cosa significa l’indeterminazione della volontà per Duns Scoto? 1. Come può questa potenza naturale fare eccezione allo schema generale delle potenze naturali, che è di essere determinate da un agente diverso da loro? 2. Che cosa distingue l’indeterminazione della volontà dalle altre potenze (naturali e razionali) ? 3. Che differenza c’è tra l’indeterminazione della volontà e l’infinità di Dio ?

  1. La libertà come autodeterminazione
    1. Auto-determinazione e auto-movimento
    2. Le potenze razionali (il superamento di Aristotele)
    3. Il significato dell’autodeterminazione
  2. Natura e volontà
    1. Indeterminazione naturale e indeterminazione della volontà
    2. L’eccezione senza ragione
  3. Indeterminazione, illimitatezza, infinità
    1. Indeterminazione per difetto, indeterminazione per eccesso
    2. Indeterminazione e illimitatezza
    3. Indeterminazione, illimitatezza, infinità

La riflessione di Scoto scaturisce dall’affermazione assoluta della trascendenza della volontà. Questa lo porta a distinguere l’indeterminazione della volontà dalla indeterminazione della materia e da quella del principio formale, che egli chiama illimitatezza. Questo lo porta anche a distinguere paradossalmente diverse forme di illimitatezza: quella del finito e quella dell’infinito. Nell’uomo la volontà è illimitata ma finita. In Dio essa è illimitata e infinita.

 


 

Tobias HOFFMANN (The Catholic University of America) si è soffermato sulle cause del male ripercorrendo un cammino che parte da Agostino, passa per Tommaso e giunge fino a Duns Scoto; l’esito di questo contributo mostra come, in fondo, i tre paradigmi riconducibili agli autori menzionati non siano tra loro alternativi ma molto affini.

 


Prof. Tobias Hoffmann

 

Tema: Agostino, Tommaso d’Aquino e Duns Scoto sulla prima causa del male

Questa relazione mette a confronto le teorie di Agostino, Tommaso d’Aquino e Duns Scoto concernenti la questione di come il male morale sia occorso per la prima volta, cioè su quale sia la causa prima del male morale. Per Agostino il primo male non ha una causa efficiente, ma una “causa de-ficiente”, il che significa che il male non ha una causa nel senso proprio del termine. Per Tommaso, invece, il male ha una causa efficiente, sebbene non sia causa del male per se, ma per accidens, come un effetto non voluto. L’Aquinate sostiene che, per poter causare il male, la volontà deve già essere deficitaria, pur senza esserlo dal punto di vista morale. Duns Scoto condivide con Tommaso l’idea che la volontà sia una causa efficiente del male e che lo causi per accidens, ma non ritiene che una qualche deficienza in atto sia da presupporre nella volontà. Per Scoto, piuttosto, la libertà della volontà da sola è sufficiente a spiegare come il male possa essere stato causato per la prima volta. Nonostante le loro differenze, sostengo che le teorie dei tre pensatori concordano su un punto essenziale: tutti e tre, in fondo, affermano che un individuo è libero di porre un atto che, in un certo senso, è un nuovo inizio, nella misura in cui la sua “deficienza” non può essere ricondotta a cause anteriori.

 


 

Guido ALLINEY (Università degli Studi - Macerata) ha ripresentato, nel suo contributo, una delle tesi più audaci del Dottor Sottile, secondo la quale la libertà dei Beati nella visione beatifica conserva un’assoluta contingenza da valutare in relazione alla contingenza degli atti divini ad extra.

 


Prof. Guido Alliney

 

Tema: Come diventare beati? Meriti umani e accettazione divina

L’intervento intende considerare la teoria della volontà di Scoto da due punti di vista differenti e complementari: i) all’interno della storia del concetto di libertà, che assume significati diversi da Agostino a Suárez; ii) in confronto ai diversi giudizi che gli storici attuali hanno formulato sulla concezione scotiana della libertà.

Dal primo punto di vista si mostrerà come per Agostino e ancora per Anselmo la libertà è intesa come uno stato di perfezione che, in quanto tale, consiste nella necessità dell’adesione al bene. In base a questa concezione la possibilità di scelte indifferenziate (ad utrumlibet) non è considerata parte della libertà. Questo modello statico della libertà è espressa in termini di inerenza di una caratteristica a un soggetto: la libertà è il dono di Dio che Adamo ha perduto.

Nella seconda metà del XIII secolo, grazie anche alla disponibilità dei testi aristotelici come l’Etica Nicomachea e la Metafisica, inizia un profondo cambiamento: la libertà è concepita (anche) nel suo aspetto potestativo e non solo in quello estatico. Il processo è facilitato dalla nuova concezione dinamica introdotta dalla coppia metafisica potenza/atto: la libertà diviene la caratteristica di una volontà intesa come potenza attiva che in quanto tale si differenzia dagli agenti naturali. Molti teologi del periodo svilupano dottrine che inseriscono elementi di questa nuova concezione del volere all’interno di un pensiero che resta legato al modello precedente di libertà (ad esempio Enrico di Gand).

Scoto compie dei passi ulteriori e decisivi, negando ad esempio ogni capacità propulsiva alla tendenza naturale della volontà umana, che assume le caratteristiche di una potenza autoreferenziale sempre capace per la propria intrinseca dinamicità di scegliere senza alcuna necessità. La libertà si avvicina al puro potere sui propri atti, ma Scoto non giunge a questo esito perché sviluppa una teoria complessa ed elegante che lega assieme la libertà umana e quella divina tramite il concetto trascendentale.

Il modo scelto per cogliere i molteplici aspetti della concezione della libertà di Scoto è quello di analizzare il caso della beatitudine, e in particolare la questione della sua perpetuità, perché in esso convergono nel loro agire sia la volontà umana sia quella divina, venendo pericolosamente a contatto. Si vedranno così le difficoltà e le soluzioni di Scoto e si tenterà di valutare il suo pensiero in base alle griglie classificatorie usate da diversi studiosi attuali (anselmiano, indeterminista, compatibilista).

In conclusione, si vedrà che è difficile applicare tali categorie al pensiero di Scoto, un pensatore originale che cerca un equilibrio nuovo fra tradizione e innovazione. Egli, infatti, non compie l’ultimo passo verso la modernità: quello di escludere dalla libertà ogni forma di necessità per ridurla alla mera possibilità di poter sempre agire in base al proprio arbitrio. Sarà Ockham, e poi tanti altri fino a Francisco Suárez e oltre, ad affermare esplicitamente, in aperta contraddizione con la concezione di Anselmo, che le azioni necessarie della volontà, per quanto possano essere buone, non sono libere.

 


 

Stephen D. DUMONT (University of Notre Dame) ha mostrato i primi esiti del lavoro editoriale condotto sui Reportata Parisiensia, mediante l’analisi dell’Explicit del Manoscritto di Vienna 1453. Secondo lo studioso, il fatto che si tratti di una reportatio examinata non significa che il testo sia stato rivisto dall’autore stesso relativamente al materiale scrittorio (vale a dire, delle collezioni di copia), ma si riferisce ad una prassi in uso presso gli Ordini mendicanti, soprattutto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, secondo la quale l’examinatio riguarderebbe semplicemente l’analisi del contenuto dottrinale del testo al fine di garantirne la riproducibilità manoscritta del medesimo e, dunque, la diffusione. L’autore, infine, ha anche chiarito la natura delle Additiones Magnae per le quali sarebbe opportuno distinguere quelle appartenenti al I libro da quelle appartenenti al II.  

 


Prof. Stephen Dumont

 

Tema: Soluzioni ad alcuni problemi letterari della Reportatio parisiensis di Duns Scoto

Con il presente intervento verranno risolti due problemi fondamentali per l’edizione critica del primo libro del commento parigino alle Sentenze di Giovanni Duns Scoto, commento conosciuto come Reportatio parisiensis. Entrambi i problemi riguardano il manoscritto che, per quasi un secolo, è stato considerato il più importante manoscritto che tramanda la Reportatio: Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Cod. 1453. L’importanza di questo manoscritto è dovuta al suo famoso explicit, identificato per la prima volta da Auguste Pelzer nel 1924 e in seguito ripetuto quasi in tutte le pubblicazioni su Duns Scoto:

Explicit reportatio super primum sententiarum sub magistro iohanne scoto, et examinata cum eodem venerando doctore. (f. 125va)

Questo explicit indusse generalmente gli studiosi a credere che il codice di Vienna fosse una copia della Reportatio parigina esaminata e corretta personalmente da Scoto – reportatio a magistro approbata et edita – come affermò Karl Balić. Tutta la letteratura successiva si basò su questa interpretazione e il codice Vienna 1453 fu unanimemente considerato il testimone più autorevole della Reportatio. Questa interpretazione fu fortemente messa in discussione nel 2005, quando Klaus Rodler pubblicò una sua edizione critica del Prologo al primo libro della Reportatio di Scoto. Dopo un’analisi approfondita di tutte le versioni e di tutti i manoscritti del Prologo parigino di Scoto, Rodler si rifiutò di considerare Vienna 1453 un testimone autorevole per due ragioni. (1) La prima: Rodler sostenne che il testo del Prologo contenesse alcuni errori – come, ad esempio, testo fuori posto e obiezioni senza risposta – inconciliabili con la revisione e la correzione di Scoto annunciata nell’explicit. (2) La seconda e più importante motivazione: diversi paragrafi provenienti da una versione successiva delle lezioni parigine di Scoto, le Additiones magnae, furono interpolati nel testo del Prologo tramandato da Vienna 1453. Le Additiones magnae sono un’opera compilatoria scritta da Guglielmo di Alnwick, socio e segretario di Scoto. Era comune opinione che le Additiones magnae fossero state compilate da Alnwick dopo la morte di Scoto, pertanto Rodler ritenne impossibile che il testo tramandato da Vienna 1453 fosse stato esaminato e approvato da Scoto. Infine, Rodler rigettò l’autorevolezza del famoso explicit, suggerendo che poteva perfino trattarsi di uno pseudografo. Di conseguenza, Rodler rigettò l’autorevolezza dello stesso codice Vienna 1453.

In questo intervento vengono discusse le due difficoltà sollevate da Rodler, ora ampiamente presenti nella letteratura secondaria. Innanzitutto discuterò la prima ragione addotta da Rodler (1). Il famoso explicit è stato interpretato in modo errato da tutti gli studiosi – incluso Rodler – a partire dall’interpretazione di Pelzer. L’explicit non dice che Scoto abbia editato o approvato le reportationes delle sue lezioni parigine. Questo documento raro e prezioso si riferisce all’esame dell’opera da parte delle autorità dell’Ordine francescano, incaricate dal ministro generale o provinciale di esaminare ogni opera prima di permetterne la pubblicazione. A chiara dimostrazione di ciò, viene effettuata una esaustiva analisi degli statuti medievali degli Ordini francescano e domenicano, che regolavano la copia e la pubblicazione delle opere composte dai membri dell’Ordine. Inoltre, vengono addotti altri documenti riguardanti questo tipo di esami. Quel che viene esaminato dall’Ordine è l’ortodossia dottrinale riguardo alla fede e ai costumi (circa fides et mores). Non viene invece effettuata dall’Ordine un’analisi e una correzione del testo per quanto concerne gli errori di copiatura o l’organizzazione dello stesso. L’autorevolezza dell’explicit è dunque pienamente confermata: l’explicit comunica chiaramente che il testo di Vienna 1453 è il testo che è stato esaminato e approvato per la pubblicazione dall’Ordine in presenza dello stesso Scoto (cum eodem venerando doctore).

L’interpretazione rivista e corretta dell’explicit permette di risolvere il secondo problema di Rodler. (2) Rodler afferma che alcuni passaggi dalle Additiones magnae di Alnwick sono presenti nella versione del Prologo della Reportatio tramandata dal manoscritto viennese. A mio avviso, l’autorevolezza del testo presente in Vienna 1453 e il procedimento seguito da Alnwick nella compilazione delle Additiones implicano che le parti di testo in questione non siano aggiunte posteriori al testo della Reportatio, derivate dalle Additiones. Al contrario, queste parti di testo derivano dalla versione delle Reportationes contenuta in Vienna 1453 e furono in seguito inserite nelle Additiones. A sostegno di questa sorprendente conclusione viene innanzitutto mostrato come le Additiones fossero un genere letterario o una tecnica di composizione comunemente diffusa tra i commenti alle Sentenze composti a Parigi dai membri degli Ordini mendicanti. In seguito viene spiegata la tecnica adoperata da Alnwick nelle Additiones al primo libro della Reportatio di Scoto, distinguendo questa tecnica da quella utilizzata nella composizione delle Additiones al secondo libro delle lezioni parigine di Scoto. In conclusione, le Additiones magnae al primo libro della Reportatio dovrebbero essere considerate opera genuina di Scoto, così come affermato dai suoi contemporanei, Alnwick incluso. Le Additiones magnae furono in effetti la versione più di successo delle lezioni parigine di Scoto.

 


Nel suo contributo, Leonardo SILEO (Pontificia Università Urbaniana / Antonianum) ha mostrato come il Dottor Sottile abbia elaborato una propria concezione epistemologica dello statuto della teologia, confrontandosi tanto con le tesi di Goffredo di Fontaines quanto con quelle della teologia scientifica di Enrico di Gand.

 


Prof. Leonardo Sileo

 

Tema: La cognitio theologica scotiana e le sue valenze epistemologiche

L’intento della relazione è di presentare sinteticamente il contributo offerto da Duns Scoto alla definizione del ruolo e compito del teologo e, quindi, dello statuto della theologia nostra, in relazione al contesto degli sviluppi del dibattito tra teologi sul rapporto tra fides e scientia, seguito alle censure ecclesiastiche del 1277 e animato in particolare dai maestri secolari Enrico di Gand e Gofferedo di Fontaines. Dibattito che Duns Scoto rianima in occasione del suo insegnamento sentenziario a Parigi e che ci è dato leggere nelle questioni proemiali al I libro delle versioni dei Reportata Parisiensia. Della dottrina epistemologica di Scoto si evidenzierà, in particolare, la sua revisione della teoria aristotelica degli oggetti della scienza dimostrativa.